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Quando la Gilera è a casa tua

Daniela Confalonieri

 

Ricordo come fosse ieri, anche se in realtà sono trascorsi 40 anni. Un ricordo, quindi, abbastanza recente… Anche perché, oggi, il rombo di quei motori fa parte della mia quotidianità grazie al Registro Storico Gilera di Arcore. Strani i casi che, a volte, capitano nella vita…

All’epoca avevo 6, 7 anni al massimo, e ogni volta che papà mi portava al capannone della sua ditta in moto (rigorosamente senza casco tant’è che quando l’hanno reso obbligatorio, per lui è stato un trauma mai superato), sentivo il rombo di quei motori provenire da dietro la mura di cinta che separava il suo luogo di lavoro da un’azienda limitrofa. Ricordo quando mio padre pronunciò per la prima volta il nome di quell’azienda… Gilera… e me lo ricordo perché la mia reazione fu più o meno questa: “Gilera? E chi sono questi Gilera per fare tutto questo casino? Sono importanti?” Forse perché da bambina associavo il “casino” legittimamente giustificato, al fatto di essere qualcuno sulla faccia della terra altrimenti, niente casino! “Certo che sono importanti, – rispose mio padre – sono stati anche campioni del mondo con le loro moto!”. Ricordo di aver sorriso compiaciuta all’idea che papà avesse dei vicini di lavoro così famosi. Da quel giorno, ho sempre più apprezzato il rombo di quei motori che proveniva dalla pista di collaudo della Moto Gilera, facendo caso, dispiaciuta, quando da dietro la mura di cinta non proveniva alcun suono.

Poi gli anni passarono, con papà sempre più impegnato in cantieri lontani da casa e la sottoscritta sempre più impegnata a crescere fra impegni scolastici e passioni sportive, tennis e sci su tutte. Finché il mio ginocchio sinistro fece crac, ma non per un trauma o un infortunio. No, fece crac semplicemente perché era nato così. Anzi, entrambe le ginocchia erano nate così, con una malformazione congenita che, dopo anni di borse del ghiaccio, stampelle e iniezioni di cortisone sotto la rotula, battezzarono con il nome di condropatia rotulea. E proprio in quegli anni che corrisposero alla mia adolescenza, ricomparve il nome Gilera nella mia vita, sotto forma di ciclomotore per andare a scuola, a Monza, dalla suore Canossiane. Tutte le mie amiche avevano il ‘Ciao’ o il ‘Sì’ della Piaggio, mentre alla sottoscritta fu comprato il CBA della Gilera. Ma non mi piaceva, non andava, non si accendeva. Insomma, non ci fu mai alcun feeling fra me e questo mezzo a due ruote griffato Gilera. Forse perché non ne volevo sapere dei ciclomotori. Volevo la moto! Come quella che avevano due ragazze che, insieme a me e alla mia migliore amica Alessandra, frequentavano il Circolo del tennis di Arcore: si trattava dell’Aprilia Tuareg, per la quale avevo un’autentica venerazione. E la volevo anch’io! Non so perché, alla fine, io e mio padre finimmo invece nel concessionario Malaguti di Arcore, visto che quel nome sul serbatoio non mi evocava alcun ricordo. Sta di fatto, però, che la mia prima moto, a 14 anni, fu il cinquantino MLX della Casa bolognese che, dopo sei mesi, grippai. Mi ci vollero due anni di attesa prima di convincere mio padre a comprarmene un’altra, che vidi la prima volta al Salone del Ciclo e Motociclo di Milano, allo stand della Cagiva: si trattava della 125 Tamanaco Lucky Explorer e in sella a questa moto, ne feci una pelle fino a 21 anni.

Che curiosa coincidenza perché proprio quell’anno, era il 1993, chiuse la Gilera di Arcore. Tutte la produzione fu spostata a Pontedera, laddove aveva (e ha tuttora) sede la nuova Casa madre, la Piaggio, che rilevò il Marchio dei due anelli incrociati nel 1969. La leggenda narra che, durante il trasporto delle moto Gilera da Arcore a Pontedera, il viaggio subì non poche deviazioni lungo il suo cammino. Ma, ripeto, si tratta di una leggenda metropolitana. Meno leggendari sono invece i racconti che mio padre, rincasando dal suo capannone, condivideva in famiglia. Soprattuto quando capitava di avere incursioni notturne, con i nostri cani da guardia assonnati e all’ingrasso. Già perché, all’imbrunire, ‘loschi figuri’ si aggiravano dalle parti del nostro capannone in attesa del momento propizio per scavalcare la rete di recinzione e recuperare ciò che, poco prima, era stato catapultato dalla pista di collaudo della Moto Gilera fin dentro la nostra proprietà. Addormentati con qualche boccone imbevuto di sonnifero, i nostri due quadrupedi adottati in canile non poterono mai fare il loro dovere in queste circostanze. Una volta capitò che, fra un pezzo di ricambio e l’altro, portarono via anche un attrezzo da lavoro di mio padre che nulla aveva a che fare con le moto. A volte, invece, capitava che non recuperavano tutta la mercanzia e ciò che rimaneva dentro la nostra proprietà, finiva inesorabilmente in discarica. Forse perché mio padre era troppo preso dal suo lavoro per occuparsi anche di queste cose sta di fatto, però, che a suo modo, anche lui assistette a questa fine ingloriosa della Gilera di Arcore. 

Daniela Confalonieri